Rompe tutti gli Schemi e Concetti...WILLIAM KLEIN
Dall’ arte passa alla fotografia, nello scattare fotografie, si sente libero da ogni accademismo, oltre che da tutti quei preconcetti che consideravano scarse le foto sgranate, mosse o di cui si era ingrandito un solo particolare. Di quel periodo Klein racconta: “era come se fossi un etnografo: trattavo i newyorkesi come un esploratore tratterebbe uno Zulu. Cercavo lo scatto più crudo, il grado zero della fotografia.”Nel 1956 nasce “Life is good and good for you in New York”, uno dei libri più importanti della storia della fotografia, ma appena presentato fu uno scandalo… gli americani non si riconoscono nelle foto di Klein, addirittura lo criticano e lo disprezzano. La sua visione della grande mela: cruda, aggressiva e volgare. Proprio dopo aver visto il libro “New York”, qualche anno dopo la sua pubblicazione, Federico Fellini gli offre la possibilità di lavorare come assistente sul set di “Le notti di Cabiria”. Per Klein è la possibilità di stare accanto ad un altro genio visionario e contemporaneamente, di acquisire nuove immagini e nuove esperienze.
È poi la volta di altri libri che lo rendono una figura di riferimento dell'underground, quali ROMA (1956), MOSCA (1961), TOKIO (1962). Tutti i libri sono caratterizzati da immagini grezze, sgranate, vorticose ma al tempo stesso molto rigide. Preferisce fotografare i modelli per la strada o in location.

Non è particolarmente interessato ai vestiti o alla moda e sfrutta questa opportunità per fare ricerche nel processo fotografico introducendo nuove tecniche nella fotografia del settore come obiettivi a campo lungo e grandangoli, esposizioni lunghe unite ad esposizioni istantanee e multiple – rinnovando la fotografia legata al mondo della moda. Pittore, fotografo, cineasta, grafico, Klein è un vero e proprio ‘Americano a Parigi’, dove attualmente vive e continua a lavorare.
Lui è l’artefice di una nuova visione che rompe tutti gli schemi e i concetti fino ad allora portati avanti con la fotografia. In quel periodo, nel 1954, la parola d'ordine era obiettività, eleganza, misura, distanza e discrezione, leggi imposte dal fotografo modello di quel periodo: Henri Cartier-Bresson. Quest’ultimo e i suoi seguaci avevano voluto mettere ordine nel disordine del mondo, riuscendo a farci credere all’ordine segreto che avevano scoperto. A Klein l’estetismo di avanguardia, allora di moda, non è affatto congeniale. Klein va nella direzione opposta: è partito dal caso quotidiano per organizzare il disordine. Lascia cadere il mito dell’obiettività. Dice: “a Parigi, con gli amici, gravitavo verso l'anti-arte, perché non fare l'anti-foto? Giocai al "paparazzo" trattando l'avvenimento come se fosse uno scoop.”
Quindi basta con i ritratti, le nature morte e paesaggi fotografici. Sperimenta di tutto. Immagini accidentali, deformazioni, grana, il mosso. Scatta foto senza puntare. Esagera la grana, il contrasto. Ingrandisce a dismisura. Passa letteralmente il processo fotografico al "tritacarne".
Klein inventa la action-photography. Lui stesso dice: “Molto consapevolmente ho fatto il contrario di quello che si faceva. Un altro rapporto con l’apparecchio (macchina fotografica)avrebbero permesso di liberare l’immagine fotografica L’apparecchio può sorprenderci, bisogna aiutarlo.”
Klein ha influenzato molti fotografi impegnati nella fotografia sociale, perché grazie alle sue opere la fotografia è divenuta ancora di più un mezzo per conoscere le persone.

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